Tutto ebbe inizio il 13 luglio 2002: il diploma, tanto agognato, tra le ”sudate carte” di leopardiana memoria. Diploma magistrale, quello che aveva consentito alla mia maestra elementare di guadagnarsi da vivere a 18 anni lavorando in classe con i bambini ai quali insegnava a leggere, scrivere e far di conto. Lei sì, era diversa dalle sue coetanee: non aveva un marito ma lavorava, istruiva i ragazzini della scuola dell’obbligo. Una donna emancipata, emblema delle ”pari opportunità” ante litteram: ” ‘a signurina” era amata e rispettata da tutti, genitori e allievi.

Io, dopo tanti sacrifici, primo tra tutti quello di rinunciare al sogno di frequentare il Liceo Artistico, perché ”non dà prospettive lavorative, mentre il Magistrale ti lascia il titolo e la possibilità di lavorare”, stavo per diventare come ” ‘a signurina”, amata e rispettata da tutti, con o senza un marito. Tuttavia, all’ultimo anno di liceo, i professori, in coro con i nostri genitori diedero a noi diplomande magistrali una notizia che si sarebbe rivelata poi falsa: ”Ora per insegnare non basta il diploma, iscrivetevi all’università, sennò non sarete abilitate”.

E così tutte noi ci iscrivemmo all’università: molte divennero assistenti sociali, altre si laurearono in lingue. Io mi sono laureata due anni fa in Storia con una tesi in Dottrine Politiche, valutata con il massimo dei voti.

Un altro tampone nell’ultimo decennio era stato posto, tra l’altro senza particolari manovre. Con l’entrata in vigore della legge 341 del ’90, in molti credemmo che anche i diplomati magistrali entro l’anno scolastico 2001/2002, ad Indirizzo Socio-Psico-Pedagogico, non potessero inserirsi in graduatoria, fare concorsi, fare domande di messa a disposizione ecc.. Insomma, io e le mie colleghe non potevamo diventare come ” ‘a signurina”.

Ovviamente, la nostra impressione era sbagliata ma nessuno, nemmeno i nostri prof, ce lo specificarono, perché ”non ci sono prospettive oggi col solo diploma”. Il mio professore di filosofia addirittura consigliò di abortire ad una mia compagna di classe incinta e in procinto di sposarsi perché, a sua detta, nonostante stesse per diplomarsi, nonostante avesse già 20 anni, col solo diploma pedagogico sarebbe stata soltanto una ”casalinga a mezzo servizio”. Quanto classismo! Quanta disinformazione! Quanta confusione ha travolto me e le mie compagne di classe, in un’epoca di svalutazione del mondo del lavoro e conseguentemente della formazione primaria e secondaria!

” ‘A signurina” era una figura morta e sepolta, svilita e parassitaria quanto la moglie del ”magliaro” che fa la ”casalinga a mezzo servizio”.

Al giorno d’oggi non basta il diploma ma serve la laurea; ma dopo la laurea serve il master di primo livello, che senza il secondo livello è inutile, e poi il dottorato di ricerca, il British, il Cervantes, il Goethe, ecc. ecc…

E così, io continuai gli studi universitari senza inserirmi in qualsivoglia graduatoria.

Tuttavia, solo nel 2010 scoprii che il mio diploma consentiva l’ingresso in III fascia e la partecipazione alle prove concorsuali: pertanto mi iscrissi al Concorso indetto dal Comune di Roma, che bandiva 300 posti per Insegnante di Scuola dell’Infanzia. Mi iscrissi con non molto entusiasmo, visti i tempi da era geologica con cui si erano protratte le procedure.

Le mie resistenze si abbassarono progressivamente, prova dopo prova: preselezione passata, scritto discreto da 7.50, ottimo orale da 9.90: ormai ero convinta che ce l’avrei fatta, avrei avuto quel posto, sarei diventata ”’ a signurina” anche io.

Ma si sa, i concorsi sono una cosa sporca, da politicanti che li usano per esercitare il loro personalissimo diritto di ”voto di scambio”: e quindi ora si indaga su sospette ”buste trasparenti” tramite le quali si sarebbero favoriti agli scritti i cosiddetti ”raccomandati”. Insomma, ancora una volta la società sputa fango sull’impiego pubblico, che ormai viene visto come qualcosa di losco e parassitario, e non come una volta, come esercizio del diritto al lavoro sancito dalla Costituzione, nonché come espletamento di importantissimi doveri verso la società, quelli che oggi chiamiamo ”servizi”.

Io, come migliaia di concorrenti al Concorsone di Roma (includendo anche i partecipanti delle altre categorie), attendo la graduatoria finale e il definitivo chiarimento di questa brutta storia. Non me la sento di attaccare l’attuale amministrazione Marino, proprio perché non metterei la mano sul fuoco sul fatto che non siano stati esercitati favoritismi durante le selezioni e anzi pretendo chiarezza sulla gestione delle procedure concorsuali esercitata dalla società Praxi; nonostante ciò, mi sento di chiarire alcune cose, giusto per mettere i puntini sulle ”I”:

1.     La progressiva privatizzazione dei servizi non deve uccidere l’impiego pubblico e isolarlo, rendendolo preda di strumentalizzazioni politiche: questo per i motivi che ho specificato sopra;

2.     La politica dell’austerità non basta da sola a far tornare sano un paese. Se è vero che la maggior parte della popolazione è costituita da anziani, non si mettono i conti in ordine soltanto assottigliando le loro pensioni. Occorre riconvertire i settori in declino (in particolar modo il secondario, essendo a corto di materie prime) e puntare sul terziario (cultura, turismo, salute e welfare). Solo così è possibile dare uno sbocco costruttivo e reale all’economia italiana. E soltanto quando si creeranno nuove opportunità di lavoro per i giovani italiani la formazione e l’istruzione non saranno più soltanto ”arte per arte” da dandy che non vogliono fare la fine delle ”casalinghe a mezzo servizio”. Conseguentemente, solo in questo modo noi insegnanti non verremo più dileggiati, derisi, sfottuti, un po’ come il Socrate delle ”Nuvole” di Aristofane.

So che questo non basta a cambiare il paese e la condizione di migliaia di aspiranti impiegati pubblici come me. Ma è arrivato il momento di non limitarsi a strumentalizzare il precariato (quasi come se il precario fosse ”il piccolo fiammiferaio” da compatire) e di offrire delle risposte concrete proiettate sul futuro e non più retrospettivamente nostalgiche, con l’occhio rivolto verso ”lo spirito del ’94” di berlusconiana memoria o, addirittura, verso il ”boom economico” degli anni ’60. Abbiamo bisogno di realtà e di futuro, tutti, precari e non.        

 

Manuela Caruso       

                  

            

Testimonianza di Manuela su concorsone Roma Capitale 300 insegnanti scuola infanzia

Potrebbe anche interessarti